Lavoro, non compararlo alla famiglia

Il lavoro non è famiglia e il concetto deve risultare chiaro a tutte le parti interessate.

di Valentina Cervelli 6 Aprile 2022 16:57

Comparare il lavoro e il suo ambiente a una famiglia? È l’errore da non fare. Un conto è dirlo per colpire le persone con le quali si parla e si condivide ciò che succede, un conto è impostare questo approccio nell’occupazione di tutti i giorni.

Attenzione alle manipolazioni

Questo non significa che bisogna essere scontrosi o che non si debbano creare delle relazioni interpersonali o delle amicizie: è importante lavorare in un contesto sereno e stimolante. Ma da qui a dire che il posto di lavoro è come una famiglia ce ne passa. Come ha spiegato l’esperto Joe Pinsker a The Atlantic, simili frasi suggeriscono che ci sia un legame speciale tra le persone.

E ancora che le squadre di lavoro agiscano sincronizzare e che ci si prenda cura dell’altro. Ma approcciare “come una famiglia” il posto di lavoro dà a questo una connotazione non sua e soprattutto rischia di nascondere un modo di agire spesso malsano, tossico e manipolatore. Perché in fin dei conti con la famiglia e per la famiglia si fa tutto.  Sul tema, dibattuto molto negli Stati Uniti al momento, ha detto la sua anche l’Harvard Business Review, che ha sottolineato come tale approccio nasconda “uno dei più grandi errori organizzativi“.

Il clima familiare è stato sfruttato per molto tempo come scusa dai manager di vari livelli, ma se ci si riflette con attenzione, la motivazione è molto semplice: senso di colpa e controllo e non sempre in quest’ordine. È il coinvolgimento personale a far sì che la persona si senta in dovere di dare di più e darlo sempre, anche quando va contro il suo benessere.

Rapporti di lavoro non basati su affetto

Pensiamo ai lavoratori delle aziende familiari: vanno sempre d’accordo? No. Si vengono a creare conflitti di interessi? Spesso. Le decisioni vengono prese in modo libero senza conseguenze? Quasi mai. I licenziamenti diventano difficili, migliorare la produttività anche. Non perché manchi l’impegno ma viene a mancare quell’approcciarsi sano derivante dal non prendere tutto sul personale.

Soprattutto, quando viene chiamato in causa nel lavoro il concetto di famiglia, di solito lo si fa per spingere chi lavora a farlo di più e quindi di conseguenza a farlo per meno. Bisogna partire dal presupposto che i rapporti tra lavoratori e datori devono essere impostati sulla temporaneità e non sull’affetto. Deve esserci lealtà ma non deve essere così stringente da spingere le persone a lavorare anche oltre il proprio orario eliminando la naturale divisione tra mondo del lavoro e mondo privato.  Ha spiegato l’Harvard Business Revie:

Quando vuoi promuovere una cultura lavorativa sana e solidale evita di promuovere una mentalità “familiare” e concentrati sul mettere invece in atto azioni e strutture che apportino valore e supportino i tuoi dipendenti. Piuttosto, meglio pensare all’azienda come a una squadra sportiva. In questo modo, manterrai l’empatia, il senso della collettività, l’appartenenza e valori e obiettivi condivisi, delineando allo stesso tempo una cultura basata sulle prestazioni che rispetta la natura temporanea della relazione.

Parole sante.

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