La principale causa di povertà è la perdita del lavoro

Dalla lettura dell'indagine "Food Poverty Food Bank" esce un quadro allaramante. La crisi cambia le abitudini, anche quelle necessarie. Come il cibo.

di piero81 17 luglio 2015 18:06

Una famiglia su sei

La crisi legata alla mancanza di prospettive e lavoro cambia le abitudini, anche quelle necessarie. Come il cibo ad esempio. Molte famiglie ormai sono costrette a ripiegare su un’alimentazione poco equilibrata.

Questo il quadro allaramante che esce dalla lettura dell’indagine “Food Poverty Food Bank. Aiuti alimentari e inclusione sociale” di Giancarlo Rovati e Luca Pesenti, edita da Vita e Pensiero e realizzata con il contributo di Fondazione Deutsche Bank Italia.

Nello studio si mostra come una persona su dieci soffra di povertà alimentare e non sia in grado di permettersi un pasto regolare. Numeri alla mano stiamo parlando di 6 milioni di italiani, dei quali 1,3 milioni minorenni.

Dall’inizio della crisi (era il 2007) ad oggi la quota di famiglie in condizioni tali da non potersi permettere un pasto con una componente proteica almeno ogni due giorni è passata dal 6 al 14%.

La mancanza di una occupazione pesa su tutti i numeri: il 65% degli enti convenzionati con Banco Alimentare ha dichiarato un aumento tra moderato e forte dei propri assistiti, in particolare adulti italiani, persone disoccupate, indebitate e separate o divorziate che chiedono di poter ricevere un pacco alimentare.

La principale causa di povertà nel 2014 nell’80% dei casi è stata proprio la perdita del lavoro.

Nel 2014 quasi un ente su due (per l’esattezza il 47%) non ha segnalato persone uscite dalla condizione di bisogno, quota che sale al 57% nelle aree del Sud, dove la povertà è più diffusa e persistente.

Spiega Giancarlo Rovati, ordinario di Sociologia alla Università Cattolica di Milano e curatore della ricerca:

“Questa indagine fotografa due mondi in stretto rapporto tra loro: chi soffre i disagi della povertà e chi cerca di alleviarli e sconfiggerli. La geografia della solidarietà offre dunque una speranza alla geografia della povertà. Le risorse per il contrasto a questo problema vanno però sensibilmente aumentate per passare dalla fase, insostituibile, dell’assistenza a quella dell’inclusione sociale”.

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